I 140 anni del Museo Giovanni Fattori

Parlare della storia del Museo Giovanni Fattori è un po’ come parlare della storia della nostra città dalla metà dell’Ottocento in poi, tanti sono i punti di contatto tra i fatti accaduti e le testimonianze conservate nei depositi del Museo o esposte al pubblico nelle sale di Villa Mimbelli.

Oggi il Museo è principalmente una pinacoteca di arte figurativa tra metà Ottocento e primi decenni del Novecento, ma nei suoi depositi custodisce oggetti, opere, documenti che costituiscono delle raccolte molto eterogenee come un qualsiasi museo radicato in un territorio che si evolve e si integra con la comunità che lo sostiene e che da esso trae consapevolezza delle proprie radici culturali.

Il Museo civico fu istituito ufficialmente nel 1877 quando il Comune di Livorno decise di riunire in una sede ufficiale un patrimonio di oggetti d’arte che si trovavano in vari luoghi istituzionali della città, ma poco fruibili da parte dei cittadini.  La sede prescelta fu il Palazzo Reale, noto con il nome di Palazzo Granducale prima dell’Unità d’Italia ed oggi, completamente trasformato rispetto all’edificio originale, sede della Provincia di Livorno.

Qualche anno prima l’Amministrazione Comunale aveva acquisito due opere del maestro livornese Enrico Pollastrini : gli “Esuli di Siena”, andata dispersa durante l’ultima guerra, e il “Vittorio Emanuele II a cavallo” una tela monumentale attualmente collocata a Palazzo de Larderel. Anche “I volontari livornesi” di Cesare Bartolena, frutto di una sottoscrizione cittadina, entrò a far parte del patrimonio pubblico ancor prima della istituzione del primo museo cittadino. Preme sottolineare nello stesso periodo l’acquisizione di due capolavori assoluti di Giovanni Fattori : “Carica di cavalleria a Montebello” e “Assalto a Madonna della Scoperta” , realizzate rispettivamente nel 1862 e nel 1868, ed entrate nel patrimonio comunale nel 1863 la prima e nel 1871 la seconda.

Analizzando il primitivo nucleo intorno al quale si sviluppa il percorso museale, emerge un elemento che caratterizza fortemente la sua configurazione, mostrandosi sin dall’inizio come un museo di arte contemporanea. Le maggiori opere e i maggiori artisti presenti erano degli stessi anni o di poco precedenti la sua costituzione e questa caratteristica il museo l’ha mantenuta anche negli anni successivi, arricchendosi,  come vedremo, di opere generosamente donate dagli artisti labronici che, tra la fine del secolo e gli inizi del Novecento, costituivano una presenza assidua nelle esposizioni nazionali del tempo.

Sul finire del secolo la città vive una delle stagioni più feconde dal punto di vista artistico, con una notevole produzione di opere d’arte molte delle quali confluirono  nell’unico museo cittadino.

La lista delle donazioni non cessava di venire incrementata dagli artisti stessi e dalle loro famiglie. Risale agli ultimi anni del secolo l’ingresso al museo delle opere di Raffaello Gambogi, di Silvestro Lega, di Guglielmo Micheli, di Adolfo Tommasi, di Enrico Banti e di altri artisti macchiaioli e post-macchiaioli. Questo termine viene usato in senso molto generico per indicare una folta schiera di artisti della generazione successiva a Fattori ed ai macchiaioli che, formatisi grazie ai loro insegnamenti, intrapresero poi percorsi autonomi e legati a quelle tendenze artistiche che si andavano affermando anche in Italia, provenienti dai paesi d’oltralpe, e che hanno caratterizzato l’arte europea tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento.

Nel 1896 fu inaugurata una nuova sede per il Museo cittadino, più ampia, e con l’occasione si decise di unire alla Pinacoteca anche le raccolte di Archeologia e Numismatica donate da Enrico Chiellini nel 1883. La sede prescelta si trovava in un palazzo posto in Piazza Guerrazzi, già sede di un Ospedale per le donne.  Chiellini, uno dei benefattori più generosi che il Museo abbia avuto nel corso della sua storia, fece effettuare a proprie spese alcuni scavi nell’area a nord della città, dove furono rinvenuti molti reperti archeologici e monete antiche che testimoniavano, se non dei veri e propri insediamenti, sicuramente delle frequentazioni assidue dei nostri territori sin dall’antichità. La collezione archeologica di Chiellini, arricchitasi nel tempo con altre donazioni e con scambi ed acquisizioni di materiale archeologico da parte del  Chiellini stesso, fu donata al Comune con il vincolo che fosse conservata ed esposta in un Museo.

Nel contempo continuava l’acquisizione di opere di artisti contemporanei come Plinio Nomellini, Llewelyn Lloyd, Gino Romiti, Felice Provenzal, Natale Betti, Michele  Gordigiani. Entrarono anche, come deposito da enti diversi e per motivi di sicurezza,   opere dei secoli XVI, XVII e XVIII tra le quali notevoli tavole di arte sacra. Spicca tra tutte, il volto di Cristo del Beato Angelico collocato da pochi anni in Duomo, già di proprietà della Chiesa di Santa Maria del Soccorso.

Una delle acquisizioni maggiori avvenne alla morte di Giovanni Fattori nel 1908, quando l’Amministrazione acquistò dall’erede universale, Giovanni Malesci, alcuni dipinti, una raccolta di 250 disegni e la collezione di 150 incisioni all’acquaforte di tiratura coeva.

Con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale il Museo chiuse per alcuni anni e riaprì

nel 1920.  In quello stesso anno fu fondato il Gruppo Labronico, nato con lo scopo di valorizzare l’arte livornese, e della quale  fecero parte artisti come Ulvi Liegi,  Plinio Nomellini, Giovanni March, Gino Romiti, Renato Natali e furono organizzate mostre che si diffusero a livello nazionale ed internazionale.

Durante gli anni Venti, in era fascista, entrò a far parte delle collezioni civiche il quadro monumentale di Plinio Nomellini “Incipit Nova Aetas”, una sublime celebrazione dell’avvento del nuovo regime, ma soprattutto un capolavoro del divisionismo italiano.  Da alcuni anni, superate le reticenze politiche, il quadro è esposto al primo di Villa Mimbelli.

Agli inizi degli anni Trenta il Comune incrementò gli acquisti e, con  le donazioni, si rese necessario un riordinamento generale del Museo con un aumento delle superfici espositive. Fu in quell’occasione che si decise di intitolare il Museo a Giovanni Fattori, protagonista assoluto per numero di quadri, disegni e incisioni. Uscì una preziosa guida stampata dall’editore Belforte in cinquecento esemplari che non si limitava  ad elencare artisti ed opere ma offriva anche una dettagliata analisi dei dipinti più importanti.

Durante gli eventi bellici, il Museo fu smantellato e le opere incassate furono date in custodia alla Soprintendenza di Pisa che le ricoverò a Calci dove subirono i danni di un’alluvione nel 1946. Tra il ’48 ed il ’49 avvenne la restituzione delle casse, in una Livorno semidistrutta dai bombardamenti occorreva trovare una nuova sede che fu individuata nella Villa Fabbricotti, sede anche della Biblioteca Civica, dove il Museo fu collocato al secondo piano.  Inutile descrivere le perdite e le distruzioni subite dal patrimonio a causa della guerra, del resto gli esigui spazi espositivi assegnati al Museo nel dopoguerra costrinsero i gestori a smembrare le collezioni e distribuire molte opere in vari uffici del Comune, della Provincia, e di altri Enti ed organi dello Stato. Negli anni Cinquanta, grazie alla generosità di alcune famiglie, il Museo acquisì opere di Plinio Nomellini, di Gugliemo Micheli, di Llewelyn Lloyd, di Dino Provenzal,  di Michele Gordigiani, mentre deliberò l’acquisto di opere di Serafino De Tivoli, Oscar Ghiglia, Gabriele Gabrielli ed un paesaggio ad olio su cartone con due disegni attribuiti ad Amedeo Modigliani, acquistati dall’amico Aristide Sommati.  Un’altra notevole donazione risalente agli anni Settanta portò al Museo opere di Vincenzo Cabianca, Giovanni Boldini, Giovanni Bartolena, Benvenuto Benvenuti, Ulvi Liegi, Adolfo e Lodovico  Tommasi, Raffaello Gambogi, Niccolò Cannicci, Eugenio Cecconi.

Nel 1953 nasce il Premio Città di Livorno o Premio Rotonda, ideato da Mario Borgiotti, Nedo Luschi e Renzo Casali, la manifestazione pittorica estiva che quest’anno giunge al suo 65° compleanno. E’ consuetudine che l’opera vincitrice del premio venga consegnata al Museo Fattori.

Tra gli anni Cinquanta e Sessanta fu istituito il Premio Modigliani, una rassegna  d’arte biennale che portò al Museo diverse opere di artisti contemporanei. Maturò l’idea di aprire un Museo di arte contemporanea che si concretizzo nel 1974 con l’inaugurazione del Museo Progressivo di Arte Contemporanea con sede in Villa Maria. Il Museo, grazie all’impegno di una commissione presieduta da Aldo Passoni, con la presenza di Zeno Birolli, Dario Durbè, Vittorio Fagone e Lara Vinca Masini,   intraprese un fecondo percorso di iniziative e di acquisizioni di opere di artisti i cui nomi oggi figurano nei maggiori musei nazionali ed esteri di arte contemporanea.

Purtroppo gli eventi del 1984, legati al ripescaggio nel Fosso Reale delle tre teste attribuite, in un momento di entusiasmo collettivo, ad Amedeo Modigliani, e lo scandalo che seguì all’indomani della scoperta della famosa burla, minarono fortemente l’immagine del museo al punto che l’Amministrazione Comunale ne decretò la chiusura nel 1989.

Il patrimonio di opere d’arte raccolto negli anni fu trasferito nei depositi del Museo G. Fattori dove si trova tuttora.

Quel tratto distintivo verso il contemporaneo il Museo l’ha mantenuto nel corso del Novecento con i Premi Rotonda, con i Premi Modigliani, con il Museo Progressivo a cui si aggiunge, da pochi anni, il premio annuale Combat Prize che porta al museo che lo ospita un numero consistente di giovani artisti che presentano i propri lavori in ambito pittorico, nella fotografia, nella grafica e nei video.

Con l’apertura del costituendo Museo della città, nello storico edificio dei Bottini dell’Olio e nella restaurata ex chiesa del Luogo Pio sarà possibile esporre le collezioni civiche dei depositi suddivise in sezioni (archeologica, storica, di arte sacra, di arte contemporanea) che racconteranno le vicende storiche e artistiche della città mostrandone gli aspetti più caratterizzanti.

Questo nuovo Museo è in realtà un’espansione del museo Fattori che mostrerà tutto quello che fino ad oggi, per motivi di spazio e di esigenze filologiche, non è stato possibile esporre a Villa Mimbelli.  La villa, che ospita il Museo dal 1994,  continuerà a mantenere il percorso fattoriano con i macchiaioli e i post macchiaioli e con qualche elemento sparso che si distaccherà nettamente da questo assetto giusto per ricordarci gli aspetti multiculturali del nostro patrimonio storico artistico che poi ritroviamo anche nella evidente eterogeneità stilistica e architettonica della villa, splendido contenitore dei nostri capolavori.

Francesca Giampaolo

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